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mercoledì 23 dicembre 2015

Un pensiero e un augurio

Per queste feste non riesco a non pensare alle cose stupende che hanno attraversato la mia vita quest'anno, ma nemmeno posso far finta di non avere dentro di me, come essere umano, piccole cicatrici, mille angosce e grandi ferite non rimarginate che partono dal cuore della mia città dell'anima, Parigi, e scendono in mille rivoli in ogni angolo del mondo dove la violenza è la regola e la felicità è un concetto più labile della stessa precarietà umana. Non ho ricette, non ho risposte. Ho solo ben chiara l'idea che ogni rivoluzione parte dentro ciascuno di noi e nulla, ma proprio nulla, è scontato. Voglio fare un augurio al mondo, che veda la Luce della ragione.

"La diseguaglianza è la causa della violenza. Non è comunismo, è verità."
(citazione: indovinate chi l'ha detto)







domenica 13 dicembre 2015

Liquido

Viviamo immersi in un mondo liquido che avvolge, travolge e scorre via attraverso le caditoie del nostro tempo. Ci affanniamo a fissare parole, scolpire concetti, magnificare promesse e sentenziare verità, quando non abbiamo che i nostri sensi per percepire e le nostre mani per cercare di trattenere qualcosa, mentre tutto scivola via transitando dagli uni agli altri in modo spezzato e frammentario e nulla rimane per sempre in noi, poiché noi passiamo. 
Certi istanti ti permettono di gettare fuori la testa da questo liquido e di respirare, di vedere la Luce, di fermare il tempo. La felicità è la negazione del tempo, un'apparenza che va assecondata con ogni atomo del nostro corpo, perché è di essa che si nutre la nostra sopravvivenza. 
Bisogna fuggire dall'illusione, da un nuovo tuffo nel buio, nel nostro liquido oscuro, nel caos, nel nulla che siamo malgrado le nostre ostentazioni, senza avere alcuna certezza che una spinta contraria ci ributti di sopra a rivedere la Luce, a riavere ossigeno, a respirare ancora una volta e beffare questo lento vortice che ci trascina giù, verso le fogne del tempo.




giovedì 3 dicembre 2015

Il cuore messo a nudo

Quando le luci scendono ed il silenzio avvolge le cose, si ripercorre, soli, il corridoio di questo strano museo. Rimangono soltanto i passi ed il respiro, il riverbero di qualcosa che ha illuminato il cammino, il miraggio di una fioca luce solare raggiunge una stanza sorda, spoglia e scura. In questa stanza si può osservare Charles, che perdonerà questa insolenza, ma il cieco vive di sogni come il rabdomante dell'acqua.
Chi siamo veramente, una volta tolto l'abito di scena? Il cuore messo a nudo non si riveste più degli strati di socialità protettiva e rimane lì, esposto, a pulsare la sua agonia umana chiuso in una teca di cristallo che tende a opacizzarsi sempre più, mentre il suo scafandro indossa il costume e continua il proprio duello con la banalità delle cose ritenute necessarie. I gabbiani guardiani dell'urbe salutano l'uscita da me stesso e la mia nuova visita a questo palcoscenico che non riesce a spaventarmi nemmeno coi suoi orrori più fragorosi.
Nulla mi spaventa più della cecità. Guardare e non vedere. Un destino amaro che rischia solo chi esplora l'anima da dentro e ama, senza calcoli, la Luce.